Il cambiamento emozionale

L’ obiettivo della terapia nell’ottica post- razionalista non è quello di fare in modo che il soggetto sia più “adeguato“, ma che la sua trama narrativa diventi più ampia e che possa essere autoriferita meglio all’esperienza vissuta.

Luis Oneto (2017) ha sintetizzato che in questo modo di procedere si produce un “cambiamento senza cambiare, in quanto il sistema mantiene la sua identità e la sua unicità”.

Pertanto, le continue ristrutturazioni effettuate nel corso delle sedute portano il paziente a riferirsi la sua esperienza immediata in una nuova maniera, generando la percezione di nuove tonalità emotive e altri punti di vista. Questa nuova maniera di sentirsi e di spiegarsi le sue esperienze è quello che chiamiamo cambiamento”.

Balbi (2017) ricorda che “la psicoterapia post-razionalista è un metodo attraverso il quale il terapeuta conduce il paziente nella ricostruzione della sua maniera specifica di sperimentare e gestire la propria discrepanza affettiva che sta alla base del cambiamento nel senso di sè che il soggetto subisce. La ricostruzione ha come obiettivo quello di promuovere, attraverso la distinzione, condivisione ed integrazione di tutta la gamma di emozioni, sentimenti e stati intenzionali legati alla discrepanza affettiva in questione, una riorganizzazione progressiva del sistema personale in un nuovo e più articolato livello di coscienza, capace di accogliere la nuova maniera di sentirsi

Le emozioni disturbanti non sono infatti indicatori di convinzioni sbagliate, ma vanno direttamente indagate e ricostruite. In un’ottica post-razionalista, i pensieri possono cambiare i pensieri, mentre solo le emozioni possono cambiare le emozioni. 

Per cambiare un’emozione disturbante occorre modificare il range gestionale di una persona, ampliandolo attraverso la scoperta di altre modalità emotive. Occorre tenere presente che , nel corso della vita, i cambiamenti di pensiero avvengono con un ritmo più rapido e con modalità più duttili ed articolate di quanto avviene per i cambiamenti emozionali. 

Si può cambiare anche radicalmente, diametralmente e rapidamente opinione su qualcosa, mentre è più difficile e traumatico mutare i propri stati affettivi. Dato che questi ultimi sono più stabili e meno influenzabili dei cambiamenti logico-razionali, le esperienze che perturbano l’assetto emotivo possono determinare una riorganizzazione della coerenza interna , più e prima ancora dei ragionamenti. Per produrre emozioni che cambino altre emozioni non si può contrapporre opinioni ad altre opinioni, altrimenti il soggetto può cambiare i propri pensieri, ma non il suo modo di percepire se stesso e il mondo in cui vive. D’altra parte, a volte è difficile se non impossibile anche cambiare pensiero, quando esso è strettamente connesso con il mantenimento del senso di sè ( si pensi alle ideologie, alla passione sportiva o alle teorie che vengono mantenute caparbiamente, anche quando appaiono ormai superate). Come ha osservato Lambruschi ( in Lambruschi e Lionetti, 2016), la chiave per produrre un cambiamento sta nel portare il soggetto a riconoscere e accettare le sue attivazioni e i suoi schemi come modaltà specifiche e abituali di rappresentazione della realtà, da cui può distanziarsi attraverso il lavoro terapeutico. 

All’interno del setting terapeutico, le maggiori attivazioni emotive, che possono essere sfruttate ai fini del cambiamento, riguardano essenzialmente due aspetti:

  1. la graduale scoperta delle regole del proprio funzionamento;
  2. le emozioni che fornisce il terapeuta 

Per quanto riguarda la graduale scoperta del proprio funzionamento, che avviene nel corso della psicoterapia, essa può essere fatta a patto che il terapeuta non si limiti a raccogliere i dati, ma riformuli anche il punto di vista iniziale mediante il quale essi vengono presentati. Il terapeuta agisce quindi come un perturbatore orientato strategicamente a far sì che la riformulazione dei dati metta in discussione il punto di vista sinora usato dal soggetto: si può così cogliere l’evento narrato in psicoterapia sotto un altro punto di vista.

Affrontare il disagio con gli strumenti nuovi forniti dal terapeuta ne cambia la percezione e lo rende più gestibile. Ciò consente al soggetto di non identificarsi più totalmente e acriticamente con quello che prova , fa e dice, e di acquisire una maggiore flessibilità, tale da potersi distanziare dalla situazione contingente e di scoprire nuovi modi di sperimentare dalla situazione contingente e di scoprire nuovi modi di sperimentare l’esperienza e di riferirla a sè, cambiando quindi anche le aspettative sul proprio futuro.

Per quanto riguarda le attivazioni emotive, legate alle emozioni che fornisce il terapeuta, esse derivano dal setting, che consente al soggetto di cambiare il proprio punto di vista riguardo ai materiali attivanti “caldi”.  Affinchè il soggetto si possa vedere da un altro punto di vista, occorre un coinvolgimento emotivo nel setting, che costringe a non evitare questo nuovo punto di vista. La psicoterapia ( anzi , in generale tutte le psicoterapie) sono efficaci se producono l’effetto di incidere su quel nucleo, costituito dal rapporto terapeuta-soggetto, all’interno di un setting definito, determinando circostanze controllate di inevitabilità di una crisi esistenziale, con conseguente necessità di riorganizzare l’immagine di sè: fatto questo, gli individui si riorganizzano da soli. 20180531_171446_0001Tratto da: Organizzazioni di personalità: Normalità e patologia psichica (Nardi)

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