E’ colpa mia

Si deve prestare particolare attenzione alle credenze che riguardano la responsabilità della situazione traumatica. Molte pazienti infatti sono convinte che sia loro la responsabilità della violenza, o, ancor peggio, spesso se ne sentono colpevoli, come se fosse colpa loro. Un passo necessario in direzione del progresso terapeutico si ha quando la paziente non si assume più la responsabilità della violenza. 

Ma ciò diventa molto difficile quando la paziente continua ad avere contatti col violentatore ( per esempio, se si tratta di un membro della famiglia).

Kate, un’anoressica di 23 anni, aveva cominciato ad avere problemi alimentari immediatamente dopo aver deciso di vivere con il suo ragazzo. Divenne subito chiaro che le abbuffate e il vomito spesso avevano luogo dopo i rapporti sessuali. Andando avanti nella terapia, Kate confessò che i contatti sessuali avvenivano contro la sua volontà. Spiegò che il suo ragazzo spesso la “convinceva” a fare l’amore con lui e che lei gli permetteva di farle qualsiasi cosa lui volesse. “per amore” il ragazzo di Kate aveva abusato di lei sia dal punto di vista fisico sia da quello sessuale. Spesso l’aveva legata al letto e l’aveva violentata; la costringeva anche ad avere rapporti sessuali con altri uomini. Pur cominciando a rivelare la propria storia di violenza, Kate era ancora convinta di essere responsabile di quanto le era accaduto. Vennero identificate le seguenti idee erronee: lui è il mio compagno, di conseguenza ha diritto a fare l’amore con me; essere gentile significa accettare di avere rapporti sessuali; avevo 20 anni e perciò avrei potuto reagire e lasciarlo: se ho deciso di restare con lui significa che l’ho voluto.

C’era un elemento in particolare che la confondeva moltissimo ed era l’eccitazione sessuale che a volte provava durante lo stupro. In conseguenza di ciò si era radicata in lei la convinzione che “doveva averlo voluto, altrimenti sarebbe stato impossibile provare sensazioni sessuali positive”. Le spiegammo che il corpo, quando vengono stimolate specifiche parti, può essere eccitato sessualmente, anche se non lo si vuole.

Kate accettò di raccontare per iscritto gli eventi che aveva vissuto :”Non so da dove devo cominciare.Una sera lui stava seduto nel bagno e mi gridava di raggiungerlo. Sapevo cosa sarebbe accaduto. Ero spaventata, ma mi sentivo costretta a entrare. Mi spoglio in fretta e immediatamente mise il suo pene tra le mie gambe. Gli chiesi di non andare così velocemente, poichè sentivo un enorme dolore. Ma più reagivo e più lui si eccitava sessualmente. Così non avevo altra scelta se non quella di lasciarlo fare. Pensavo sempre che aveva il diritto di fare l’amore con me. Dopo un pò, riuscii  a chiudere l’interruttore di tutti i miei sentimenti”.

Scrivere la storia della violenza e discuterla durante le sedute terapeutiche fu per Kate il primo passo dello sviluppo di un nuovo modello cognitivo: la credenza precedente: “Devo averlo voluto, sono responsabile di ciò che è accaduto”, fu sostituita con il nuovo modello cognitivo: “Non l’ho voluto io, il mio compagno ha abusato di me e non aveva diritto di farlo. Non sono una persona cattiva”. Quando Kate cominciò a guardare gi eventi traumatici in questo nuovo modo, scoppiò in lacrime e per la prima volta espresse tutto il dolore che aveva dentro. Decise allora di scrivere al suo ragazzo una lettera per dirgli quanto lui avesse abusato dell’amre di lei e quanta sofferenza le avesse causato.

abuso-sessualeTratto da “Origini traumatiche dei disturbi alimentari”

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